La Provincia dei… B.A.N.A.N.A.


Non si tratta di un nuovo futuro agroalimentare per la nostra Provincia. Si tratta di un acronimo inglese in stretta connessione con la sindrome NIMBY, che significa Build Absolutely Nothing Anywhere Near Anything (“Costruire assolutamente nulla in nessun luogo vicino a niente”). Mi è bastato leggere un tweet per indurmi a  fare questa riflessione.

Di questi tempi, il termine “green” è diventato un mantra, spesso utilizzato in maniera alquanto imprecisa e poco contestualizzato. Green, Eco-friendly, sono tutti anglicismi cool… per identificare semplicemente una serie di comportamenti compatibili con l’ambiente circostante come ridurre gli sprechi, riciclare e riutilizzare. Giustamente, anche per un punto di vista prettamente di bilancio economico, questa attenzione è diventata sempre più pressante e stringente. Per anni, ad esempio, sono state gettate tonnellate di rifiuti indifferenziati in discariche, gettando altrettanti quantitativi di materia utile per ricavare energia e/o materie prime seconde (DLgs 152/06), oltre ad inquinare perché non adeguatamente trattate o gestite. Ne consegue, quindi, che ogni soluzione che volta in questa direzione sia per lo meno presa in seria considerazione, auspicata, sostenuta ed incentivata. Ogni sistema industriale, per le suddette ovvie ragioni di riduzione dei costi e delle perdite, ed incremento di benefici ed utili, si muove per ricercare e migliorare tecnologie e sistemi atti a questi scopi.

Immagine tratta dall’articolo “Noterelle di economia circolare” – Blog Società Chimica Italiana

Tutti si dichiarano “ambientalisti” o “ecologisti” e bla bla bla… un politically correct dell’eco-sostenibilità. Ciò nonostante, dopo le belle parole, ci si scontra nella realtà con una certa resistenza attraverso innumerevoli “Comitati per il NO” ogni qualvolta si presenti un progetto d’insediamento industriale che, ammettiamolo pure anche con un’astuta azione di marketing, mette in mostra un aspetto “green” o di miglior impatto ambientale e sostenibilità. Provocatoriamente, verrebbe da dire che sarebbe opportuno in Italia che si promuova la formazione di Comitati per il “NO ai Comitati per il NO”… La solita virale sindrome NIMBY che miete molte vittime. Ma si può e si deve guarire. Se da un lato è lecito e doveroso preoccuparsi per la tutela della salute ed allarmare eventualmente le Autorità competenti (ECHA, EFSA, Ministero della Salute, ISS, ecc), dall’altro lato è auspicabile anche una disponibilità ad una comunicazione, ad un confronto onesto e non “talebano” con i promotori e la comunità scientifica.

Anche nella nostra Provincia di Pavia, c’è sempre un “NO” a qualcosa: dalla pirolisi, della quale potremo tornare a parlare in un prossimo articolo, all’impianto di biogas di Giussago all’interno di Cascina Maggiore, sede storica dell’azienda Ecodeco successivamente venduta ad A2A che si occupa di smaltimento rifiuti. Anche in questo caso è doveroso fare una puntualizzazione, fondamentale: l’impianto e l’intero progetto è stato autorizzato dai tecnici della Regione seguendo l’iter che la Legge prescrive. Punto.

E’ paradossale l’ostruzione per questo impianto di trattamento dei FORSU per produrre biogas, perché questi tipi di impianti di digestione anaerobica e produzione di biogas sono già presenti in Provincia e molto diffusi in altre (v. Rapporto ISPRA “Studio sull’utilizzo di biomasse combustibili e biomasse rifiuto per la produzione di energia“, pag. 17 e segg.). Perché qui non è possibile? Perché, come anche in questo caso, si fa una campagna di (dis)informazione contro questo impianto, puntando più su slogan e con frasi d’effetto senza dare riferimenti e dati oggettivi?

Il processo in oggetto è riprodotto, in modo semplificato, nella figura seguente, come estrapolato dal Manuale e Linee guida 13/2005 dell’ISPRA “Digestione anaerobica della frazione organica dei rifiuti solidi Aspetti fondamentali, progettuali, gestionali, di impatto ambientale ed integrazione con la depurazione delle acque reflue“:

Schema semplificato di un processo per la produzione di Biogas e Biometano
Schema semplificato di un processo per la produzione di Biogas e Biometano

Quali sono, quindi, le motivazioni di questo “ostruzionismo”? Penso che non siano di carattere “tecnico” ma semplicemente d’opportunismo. C’è sempre stato, nell’opinione pubblica, una certa avversione, al di là di quello che può essere un aspetto curioso o folkloristico, per ciò che è “industriale“, che riguarda la tecnologia, innovazione e scienza; scetticismo nei confronti di ciò che è nuovo ed in ciò che prefigge un profitto. E’ un grande gap di una cultura tecnica e scientifica della nostra società rispetto ad altre (basta vedere la percentuale dei laureati in materie scientifiche in Italia rispetto alla media Europea). Una mancanza che porta conseguentemente a non “costruire assolutamente nulla in nessun luogo vicino a niente“, proprio come detto all’inizio…

A mio parere, questa è una mentalità distruttiva che, come dicono chiaramente ed in modo molto documentato  nel documento “Biogas e Compost da rifiuti organici selezionati“, mostrano essere in controtendenza con quello che avviene in parte a livello nazionale ma ancor più a livello europeo. E’, quello dell’industria del trattamento dei rifiuti, un settore molto interessante, complesso, tecnico e tecnologico, con precise  e particolareggiate regolamentazioni e linee guida. In particolare, nei “criteri di priorità nella gestione dei rifiuti” (D.lgs 152/2006, più recentemente aggiornato dal D.lgs 205/2010, in recepimento della Waste Framework Directive 2008/98/CE), si evidenzia come la gestione dei rifiuti debba avvenire di norma nel rispetto della seguente scala gerarchica:

  1. Prevenzione;
  2. Preparazione per il riutilizzo;
  3. Riciclaggio;
  4. Recupero di altro tipo, per esempio il recupero di energia;
  5. Smaltimento.

Fondamentale a mio avviso è, quindi, l’attenzione per l’aspetto comunicativo e di una corretta informazione, non un aspetto secondario né da sottovalutato (lo avevo già ribadito nei primi interventi sul tema della pirolisi). A conferma di ciò, mi piace segnalare l’approvazione del progetto di ricerca europeo ISAAC (Increasing Social Awareness and ACceptance of biogas and biomethane), all’interno del Programma Horizon 2020. Tale programma, che vede tra i partecipanti anche Legambiente, ha come obiettivo principale la costruzione di un modello comunicativo per diffondere le corrette informazioni riguardo la filiera produttiva biogas-biometano per aumentare l’accettabilità sociale di questo settore produttivo. Sarà sviluppato anche un modello di processo partecipativo al fine di ridurre l’opposizione sociale coinvolgendo tutti gli attori nei processi decisionali importanti.

Quindi, in conclusione, facendo seguito a tutti questi presupposti, è stucchevole e paradossale osservare come la sensibilità, la cultura “green” sia diventata, per una  grande fetta dell’opinione pubblica, un’ossessione che porta a vedere fantasmi ovunque, complotti e speculazioni dietro ogni idea o progetto, con la controproducente conseguenza di alimentare solo polemica pretestuose  e non costruttive, senza porre l’attenzione invece nel considerare l’impatto economico, occupazionale e tecnologico di alcune scelte.

Paolo M. Micheli @Paolo_Micheli

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