Il capitale umano e i vizi del cinema italiano sussidiato


“Totò sapore e la magica storia della pizza”. Chi ricorda questo film proiettato nelle sale italiane nel 2003? Probabilmente pochi, pochissimi, quasi nessuno. Non semplicemente perché sono passati tanti anni. Bensì perché pochi, pochissimi, quasi nessuno lo andò a vedere! Quel film infatti incassò al botteghino 850.903 euro, a fronte di un investimento di produzione ben più cospicuo e di ben 5.006.584 euro (dati dell’Osservatorio di Cinecittà, raccolti in una ricerca del Prof. Emanuele Teti dell’Università Bocconi e in corso di pubblicazione su una rivista scientifica internazionale*). Di questi cinque milioni e poco più dell’investimento di produzione ben 2.213.000 euro sono stati di contributo statale… Non certo un buon investimento cinematografico da parte delle casse dello Stato! Il rendimento percentuale (con dati opportunamente attualizzati) è stato del -84,5%! Bé certo…non tutti gli investimenti sono “fortunati” e rendono bene, può capitare a tutti di sbagliare… Purtroppo il caso di “Totò sapore e la magica storia della pizza” non rappresenta il solo o uno dei pochi casi isolati di rendimento negativo di investimenti cinematografici dello Stato Italiano. In realtà il rendimento negativo per lo Stato è, per così dire, “sistematico”, cioè costante.

politeama-thumb

In questi giorni, in cui impazzano le polemiche sui supposti luoghi di ambientazione de “Il Capitale Umano” di Paolo Virzì, tacciato di fornire una brutta immagine dei brianzoli, ci sono ben altri spunti di cui parlare partendo dal caso de “Il Capitale Umano”. Il film è molto bello, va detto, e contiene anche un valido messaggio, indiscutibilmente. La Brianza poi non c’entra nulla (abbiamo già svelato che la villa dove si svolge gran parte del film è proprio nella nostra Provincia di Pavia, a Fortunago). Polemica sterile dei brianzoli dunque, che però a fronte dell’offesa a dir loro recata dal film, hanno replicato puntando il dito sui 700.000 euro di contributi statali presi dal film di Virzì, che a loro detta e data l’onta subita, il regista dovrebbe restituire. E qui entriamo su un tema più delicato e di maggiore interesse…I sussidi statali ai film italiani ed i loro ritorni. Stando ad un’analisi svolta da Emanuele Teti dell’Università Bocconi, che ha realizzato un database originale attraverso i dati disponibili, ma non divulgati, dell’Osservatorio di Cinecittà, le evidenze sono terribilmente drammatiche. Il lavoro iniziale di Emanuele Teti ha coperto il periodo 1995-2003…e forse è il caso di dire: “meglio che si fermasse qua”, perché già ciò che emerge in questo lasso temporale è di una drammaticità sconvolgente…quasi paragonabile alla drammaticità di molti dei film italiani sovvenzionati”.

Nel periodo 1995-2003 i sussidi statali ai film italiani sono stati superiori ai 127 milioni di Euro, il 43% del totale degli investimenti di produzione, pari a 293 milioni di euro. Il tasso di rendimento di questi investimenti cinematografici, calcolato sui dati totali, è stato del -80% includendo i sussidi, e del -65% escludendoli. Ciò vuol dire, che indipendentemente dai sussidi, i film finanziati avrebbero avuto cattive performance (si veda Tabella 1.).

Tabella 1. – Ricavi, costi, sussidi e rendimenti dei film italiani nel periodo 1995-2003

Anno

Film con sussidio

Ricavi totali dal Box Office

Totale Costi di Produzione

Sussidio Pubblico

Tasso di rendimento (inclusi i sussidi)

Tasso di rendimento, (esclusi i sussidi)

1995

13

5.744.793

29.854.799

10.711.066

-80,80%

-70,00%

1996

18

6.198.865

29.682.059

14.352.994

-79,10%

-59,60%

1997

13

5.565.301

21.085.495

8.934.311

-73,60%

-54,20%

1998

11

9.899.387

33.628.855

16.071.228

-70,60%

-43,60%

1999

17

3.686.625

35.939.660

14.905.518

-89,70%

-82,50%

2000

10

5.227.105

18.522.111

10.859.926

-71,80%

-31,80%

2001

21

9.877.491

54.797.227

19.668.615

-82,00%

-71,90%

2002

13

1.616.991

19.647.866

8.996.861

-91,80%

-84,80%

2003

19

10.090.803

50.379.694

22.549.458

-80,00%

-63,70%

Totale

135

57.907.361

293.537.766

127.049.977

-80,30%

-65,20%

Fonte dati: nostra rielaborazione su dati del Prof. Emanuele Teti e Osservatorio di Cinecittà (2013).

A questi risultati possiamo attribuire una duplice interpretazione. La prima, se vogliamo essere cattivi, è che lo stato interviene sovvenzionando e sostenendo un’industria che distrugge ricchezza, producendo nei fatti una politica assistenzialista nei confronti del settore cinematografico italiano, contraria e discriminante rispetto alle regole di una competizione equa nel settore (i film “cattivi” occupano sale lasciando meno spazio ai film “buoni”) e in definitiva sprecando soldi pubblici e producendo effetti negativi su produzioni cinematografiche di maggiore successo che subiscono la concorrenza “sleale” di film fortemente sussidiati. La seconda è invece una valutazione di segno completamente opposto. E’ possibile infatti sostenere che lo Stato sia intervenuto per agevolare la realizzazione di opere di elevato interesse culturale, rimediando abilmente ad una “chiara inefficienza del mercato”, che altrimenti non avrebbe mai finanziato questi capolavori del cinema italiano, capaci di acculturare, di valorizzare l’Italia all’estero, di vincere magari qualche ambito premio come l’Oscar, etc… Bé certo, potrebbe essere questa seconda valutazione a prevalere in virtù del fatto che tra i titoli sovvenzionati troviamo “Cuore Cattivo”, “L’anno prossimo vado a letto alle dieci”, “Bidoni”, “I buchi neri”, “Al centro dell’area di rigore”, “Cuori al verde”, “Bruno aspetta in macchina”, “Tiburzi”, “M.D.C. Maschera di Cera”, “Le acrobate”, “Escoriandoli”, “Figurine”, “I Vesuviani”, “Consigli per gli acquisti”, “Mare Largo”, “Ormai è fatta!”,  “La balia”, “E insieme vivremo tutte le stagioni”, “A domani”, “Libero Burro”, “Garage Olimpo”, “La carbonara”, “Il cielo cade”, “Il prezzo”, “Domani”, “Domenica”, “Non mi basta mai”, “Lontano in fondo agli occhi”, “Honolulu Baby”, “Giorni”, “Quartetto”, “Biuti Quin Olivia”, “Quasi Quasi”, “Non è giusto”, “Benzina”, “L’imbalsamatore”, “Rosa Funzeca”, “L’ospite segreto”, “Il ronzio delle mosche”…nonché il mitico e indimenticabile “Totò Sapore e la magica storia della pizza”!

Alberto Dell’Acqua

* Teti, Collins, Sedgwick, “An Offer They Couldn’t Refuse (But Probably Should Have): the Efficiency of Italian State Subsidies to Moviemaking, 1995-2003”. Public Money & Management, forthcoming.

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7 commenti Aggiungi il tuo

  1. Gabriele Bianchi ha detto:

    Credo che il problema del Cinema Italiano sia una cultura miope a cui abbiamo tutti bene o male contribuito in diversi ambiti.

    Il primo è senza dubbio la scuola ,insegnante prevalente o no , l’ insegnamento ha avuto un aspetto contenutistico e poco pratico di cui spesso rimane poco o proprio nulla… ,le poesie a memoria , le sfilze di date storiche senza connessione logica, lo studio dell’analisi grammaticale come scienza esatta e imprescindibile e la meticolosa memorizzazione di tutte le provincie Italiane (molto utile visto che l’anno successivo aumentavano ancora).

    Tutto questo ha un costo, dal punto di vista dello studente si materializzava sotto forma di ore di musica, arte ed educazione civica, religione e ginnastica che si trasformavano in Italiano, le ore di scienze (che tramite accordo tra insegnanti) diventavano storia ecc.
    Dal punto di vista della società però si è creata una generazione che ha serie difficoltà nel capire l’arte e non ha gli strumenti per apprezzarla .
    La gita? Si, mezza giornata ,più lunga è tempo perso, nota causa di seri problemi nell’analisi dei tempi verbali però necessita della cura TEMA “cosa ho visto” il giorno seguente.

    Nel libro di testo c’è qualche poesia , ma vuoi mettere non sia mai che si perda tempo in quella maniera, salvo che la impari a memoria.

    Nel libro c’è anche mezza pagina sul cinema che rimane vittima della logica ” nessuno te la chiederà mai”

    Usare l’immaginazione ,non ti capiti mai di fare una cosa così assurda quanto immotivata, se proprio vuoi fare qualcosa puoi studiarti anche la popolazione delle provincie…

    Questa logica pseudo- utilitaristica si è sviluppata anche in ambito urbano e non si sottraggono nemmeno i cinema: perché mantenere un cinema se può diventare una palazzina di alloggi di lusso (notoriamente molto gettonati in periodi di crisi e confusione ICI IMU)
    Così a Pavia negli ultimi anni ci hanno abbandonato tre sale del Kursaal, la sala Ritz e il Corallo.

    Oltre alla logica utilitaristica c’è quella del Minimo sforzo, coloro che dovrebbero promuovere il nostro cinema: mi riferisco alle televisioni, si sono adagiate su uno strame di mediocrità. In particolare quella pubblica, cullata dagli allori del canone ,perchè mai dovrebbe trasmettere contenuti di qualità se basta mandare un talk show o una replica di un quiz? Casomai poi saltasse in testa mandare qualcosa di culturalmente rilevante meglio trasmetterlo verso mezzanotte prima di un giorno lavorativo per avere la scusa pronta: “non lo guardava nessuno “.

    Particolarmente perversa è la logica della prima visione in cui ogni rete manda, sempre i soliti film di successo, annunciando in prima visione e il nome della rete, non dubito che sia corretto ma è quantomeno molto ingannevole.
    Il risultato finale è che se uscisse oggi un film di successo sulle reti in chiaro è possibile vederlo fra non meno di cinque anni, vi sembra giusto? A me no.

    Gabriele

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  2. Alberto Dell'Acqua ha detto:

    Caro Gabriele, grazie per la tua riflessione, sicuramente utile ed opportuna. Condivido la problematica relativa all’importanza della cultura per la formazione di ogni cittadino in una società che si possa definire civile. Il valore della cultura sicuramente trascende e spesso non è misurabile solo attraverso un’analisi economica. Attenzione a non cadere però in un tranello. Spesso con la giustificazione di “promuovere la cultura” si sono sostenute clientele, sistemi solo apparentemente in grado di produrre o valorizzare la cultura, disperdendo in mille rivoli soldi pubblici, sovvenzionando “a pioggia” svariati personaggi, associazioni o altre organizzazioni. Il tema del finanziamento pubblico al cinema, qui illustrato con tanto di dati alla mano, mette in luce un sistema perverso radicatosi per anni in Italia. I titoli sovvenzionati non credo che possano rappresentare un valido strumento di accrescimento culturale. Non sovrapponiamo pertanto la necessità di produrre opere culturali di qualità con il loro meccanismo di finanziamento. Altrimenti cadiamo proprio nella trappola! In molti contesti internazionali si fanno films di qualità anche senza i contributi statali. Il tema delle piccole sale che chiudono è sicuramente da analizzare, come possibile forma di impoverimento culturale, ma questo non attesta che i numerosi multi sala che sono nati nel tempo diano solo film di cattiva qualità. In altra città, vedi ad esempio Milano, sono rimasti anche molti piccoli cinema che grazie a precise scelte di gestione, spesso specializzandosi proprio in films di qualità (vedi Apollo o Anteo) sono riusciti a rimanere in attività. Inoltre multi sale sono sorte nel centro della città, proiettando accanto a blockbusters anche films più sofisticati (vedi Odeon). Il problema della chiusura delle piccole sale a Pavia apre sicuramente motivi di riflessione diversa, a livello sia civico e di amministrazione comunale che, è il caso di ricordarlo, imprenditoriale. Mi pare che l’amministrazione abbia iniziato a dare una risposta attraverso il sostegno al Politeama, Che dire invece dell’ambito imprenditoriale cinematografico pavese? Non lo conosco in profondità, ma forse su quello varrebbe la pena fare una riflessione attenta e puntuale come quella che tu hai sottoposto a questo blog.

    Alberto Dell’Acqua

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  3. Ottavio G. Rizzo ha detto:

    Però «Totò sapore» è un cartone animato molto gradevole, ben fatto, con musiche accattivanti. Io il DVD l’ho comprato e i miei figli lo hanno guardato un centinaio di volte.
    A me non scandalizza affatto che un simile prodotto venga sostenuto con soldi pubblici, a me scandalizza che non ne siano stati usati un altro paio di milioni per sostenerne la distribuzione!

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  4. Alberto Dell'Acqua ha detto:

    Caro Ottavio,
    come avrei compreso leggendo il testo il riferimento al film di “Totò sapore” era volontariamente ironico, non per criticarne contenuti o qualità ma la sua performance economica fortemente negativa e deludente a fronte del cospicuo investimento, a sua volta fortemente sussidiato. Su un punto condivido con te, sicuramente i produttori del film potevano fare un migliore uso delle risorse investite, pubbliche e private che fossero!
    Grazie del tuo intervento.

    Un caro saluto

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  5. Paolo Micheli ha detto:

    Caro Ottavio,

    il discorso non sia sul giudizio di un film in sè, se bello o brutto, oppure dal successo o meno di una produzione cinematografica (anche se penso sia doveroso analizzarla). Dal mio punto di vista, il difetto è strutturale, sostanziale e porta a due mie obiezioni. La prima: analizzando i dati in tabella si vede che i sussidi vanno a coprire una grande percentuale del costo totale di produzione. Personalmente, considero un sussidio una forma di aiuto, di sostengo ad un soggetto oppure ad un’opera, in una misura limitata (10-20%?). Dai dati in tabella, quei sussidi mi sembrano un vero è proprio finanziamento, tout-court. La seconda obiezione: perchè uno Stato deve finanziare un film? Posso capire un patrocinio per un particolare film con risvolti sociali, di denuncia, di rilevanza storica, ecc.. Ma perchè, ad esempio, un cartone animato? (non voglio entrare nel merito dell’ormai celebre “Totò sapore…” che ormai dovrò assolutamente vedere). Un’opera cinematografica è un impresa, un investimento, un progetto di un privato, una sua forma di espressione. Mi si potrà obiettare che lo Stato deve garantire e sostenere la Cultura. Io preferirei preferito vedere i quasi 130 milioni di Euro in 8 anni spesi per sussidi o finanziamenti per ristruttrare teatri, cinema, centri culturali… scuole.

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  6. Ottavio G. Rizzo ha detto:

    Caro Paolo,
    Non credo si tratti solo di politiche culturali, ma anche di politiche industriali: se, come immagino, le Winx sono un successo commerciale, in parte è dovuto al fatto che gli investimenti pubblici hanno creato le competenze necessarie per creare animazioni di alto livello.
    Nello stesso modo, investimenti pubblici sul cinema “normale” mantengono in piedi un’industria che poi produce prodotti commerciali che siano le fiction o quei pochi film commercialmente redditizi.

    Poi, ovviamente, si può discutere se sia utile per la comunità spendere soldi per fare politica industriale in certi settori e non altri, oppure i criteri con cui vengono scelte le opere da finanziare…

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  7. Alberto Dell'Acqua ha detto:

    Caro Ottavio, mi permetto di intervenire “a ruota” su questo tuo ultimo interessante commento. Infatti citi il caso delle Winx, il cartone animato prodotto dalla Rainbow, società di produzione italiana fondata da Igino Straffi, fumettista e imprenditore marchigiano. Un caso che conosco molto bene, per me un vero e proprio “caso di scuola” , che sono solito infatti citare nelle aule universitarie in cui insegno. Il caso Winx (o meglio della società Rainbow) è proprio un caso esplicito del positivo impatto del capitale privato (e non pubblico) nel finanziarie lo sviluppo delle imprese. Concordo infatti sullo straordinario successo commerciale (e finanziario) delle Winx, il punto che vorrei ancor più sottolineare è che questo successo è stato raggiunto da Igino Straffi grazie all’apporto di capitali privati nello start up della sua impresa. I primi due finanziatori della Rainbow furono infatti Giuseppe Casali, imprenditore marchigiano (come Straffi) nel settore grafico e degli strumenti musicali, che aveva preso una quota del 12% nella società, e Lamberto Pigini, un sacerdote-imprenditore (avete capito bene!) che aveva investito nell’idea di Straffi prendendo una quota del 18% del capitale della società. Capitali privati, non pubblici (forse “benedetti”, ma pur sempre privati…). I due investitori privati sono rimasti nel capitale della Rainbow fino al momento della cessione delle quote al gruppo Viacom (cessione avvenuta nel 2010 e perfezionata nel 2011 http://www.primaonline.it/2011/02/04/89020/tv-viacom-acquisisce-quota-minoranza-di-rainbow/), con una valorizzazione della società non riportata per mezzo di stampa, ma che gli analisti riportavano essere in un intorno di 400-450 milioni di Euro (vedi “Il Mondo”, 6 Agosto 2010, pag. 20). Pertanto il sacerdote-imprenditore dovrebbe aver realizzato attorno ai 70-80 milioni di euro cash, a fronte di un investimento iniziale di qualche decina di migliaia di euro…Un esempio virtuoso di utilizzo del capitale privato al sostegno della crescita, da manuale e da presentare, come mi è capitato, nelle aule dove si insegnano corsi di “Private Equity & Venture Capital”. Staordinario esempio per l’Italia, dove spesso invece, come mostrano i dati dell’articolo, si è fatto un uso “vizioso” dell’altro capitale, quello pubblico! Un esempio di finanziamento privato all’impresa da prendere, a maggior ragione, come esempio al giorno d’oggi, per supportare le aziende e favorire un nuovo slancio economico. Un vero capitale finanziario al servizio del capitale umano, come quello di cui parlo in un altro articolo (“Il vero capitale umano”) comparso in questo blog. Che aggiungere d’altro? W le Winx!

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